IL BLOOD SHIFT, UN RITORNO ALLE ORIGINI

Io sono, noi siamo, tutti siamo

IL BLOOD SHIFT, UN RITORNO ALLE ORIGINI

Nella nostra memoria genetica il ricordo dell’esperienza acquatica prenatale è immersa dentro di noi, ogni cellula del nostro corpo ha questa memoria.

Scena sommersa nelle acque pugliesi.

Scena sommersa nelle acque pugliesi.

Quante volte il contatto con l’acqua, anche senza immergerci, ha l’effetto di farci sentire meglio, più sciolti, rigenerati? Forse molti immaginano, ma questi effetti hanno una causa precisa, riconducibile a sofisticati meccanismi fisiologici e psicologici propri della precedente natura acquatica dell’uomo.

Ci sono note solo alcune nostre caratteristiche marine (il 60% della massa totale del corpo umano è costituito da acqua e nel nostro sangue c’è una forte concentrazione di sodio); ma tali tratti sono solo un rimasuglio delle più nemerose doti acquatiche e anfibie che abbiamo avuto in età embrionale: tranquillamente immersi nel grembo materno dove vi abbiamo soggiornato respirando tramite la circolazione sanguigna.

Il feto infatti ha già i polmoni, ma non vengono usati fino alla nascita! Il nostro cuore appena si forma ha due cavità, proprio come quello dei pesci e nei primi tre mesi di vita la nostra emoglobina ha maggiore affinità con l’ossigeno rispetto a quello degli adulti.

Così ne più profondo della nostra memoria genetica, noi possediamo il ricordo di tale passato acquatico di cui ci portiamo un piccolo corredo ereditario di riflessi che si innescano ogni volta che ci immergiamo, anche in poca acqua.

Primo fra questi il Blood Shift, fenomeno grazie al quale possiamo andare in profondità senza rimanere schiacciati dalla pressione dell’acqua. In effetti fino agli anni ’50 la scienza sosteneva che il corpo a una certa profondità sarebbe imploso a causa degli spazi vuoti creatisi nel torace per il rimpicciolimento dei polmoni (a -50 metri sono 6 volte più piccoli che in superficie, scendendo in apnea).

Alla luce di questi dettagli, dobbiamo considerare Enzo Maiorca e Jacques Mayol, come veri e propri pionieri dell’apnea, quando Mayol nel 1971 in occasione di una sua discesa a -60 metri, si scoprì che il corpo non implode poichè la quantità di sangue aumenta nel torace (il sangue è un liquido e come tale è incomprimibile), richiamata dalle zone periferiche del corpo, laddove non ci sono organi vitali.