Bari e Corato
+39 347 73 37 113
info@naturopatiapuglia.it

Sono utili le fiabe e i cartoni animati ai nostri bimbi?

Io sono, noi siamo, tutti siamo

Sono utili le fiabe e i cartoni animati ai nostri bimbi?

 

Approfondisco questo argomento un pò come lo studioso Piaget, famoso per aver dato un grosso contributo alla Psicologia dello Sviluppo, perchè sono genitore di una bambina meravigliosa. Molti di voi lettori siete genitori e vorrete il meglio per i vostri figli, quindi vi invito a leggere questa mia analisi approfondita in qualità di laureando in Psicologia e studioso dell’inconscio personale e collettivo, sono anche un Naturopata e maestro di crescita interiore.

Nel rispecchiare un mondo lontano da quello moderno, in cui vivono principi e principesse, fate, maghe, stregoni, carrozze e bacchette magiche, la fiaba sembra oggi essere uno strumento superato e inutile per lo sviluppo psicologico del bambino.

 

Molti educatori e genitori ritengono quindi giusto sostituire il racconto di esse con quello di altri generi, come per esempio storie realistiche con cui il bambino possa relazionarsi al proprio ambiente di vita in modo più diretto e concreto.

Se si considera tuttavia la posizione di alcuni autorevoli studiosi in merito, il racconto delle fiabe risulta non avere una scadenza temporale per l’età infantile, contrariamente, costituisce un mezzo indispensabile per una crescita a 360 gradi ovvero per uno sviluppo insieme cognitivo, emotivo e morale.

Considerando lo sviluppo cognitivo, Guido Petter[1] ricorda che la fiaba è un genere di racconto che stimola la fantasia infantile, trasportando la mente in un mondo in cui avvengono cose impossibili, come un tappeto che vola, stivali che permettono di fare passi di ben sette leghe, una zucca che viene trasformata in carrozza.

Ritornando poi con la mente alla vita reale, il bambino è consapevole che nella realtà di tutti i giorni, non potrà mai volare su un tappeto né di poter trasformare una zucca in carrozza, grazie all’uso di una bacchetta magica.
Il mondo immaginario della fiaba rappresenta tuttavia un complemento indispensabile alla razionalità che è in lui ancora molto primitiva per la comprensione del mondo circostante.

Il pensiero dei bambini nell’età che va tra i 3 ai 10 anni è stato definito dallo psicologo Jean Piaget, pensiero animistico cui faranno seguito stadi geneticamente definiti che culmineranno, all’età di 11-12 anni, con lo sviluppo del pensiero logico-formale, ovvero quello tipicamente razionale.

Caratteristica del pensiero animistico è l’attribuzione a tutta la realtà circostante di un’anima, ossia di un’intenzione ed una volontà umane: quando per esempio il bambino vede un sasso rotolare su un prato, ritiene che causa di tale movimento non sia la forza di gravità ma la volontà da parte del sasso di cadere; secondo la visione infantile il sole illumina perché vuole illuminare, un pallone che colpisce e rompe il vetro di una finestra è stato cattivo perché ha voluto compiere un dispetto, le rondini volano nel cielo perché vogliono giocare.

La narrazione fiabesca si conforma appieno con simile pensiero e modo di percepire il mondo, risultando così più convincente di un ragionamento astratto e dei punti di vista degli adulti.
Nel suo famoso libro Il mondo incantato, lo psichiatra Bruno Bettelheim ricorda l’analogia che il bambino fa tra il mondo inanimato e quello animato della gente: “per il bambino non esiste una linea netta che separa gli oggetti dagli esseri viventi e qualsiasi cosa abbia vita ha una vita molto simile alla nostra. …si aspetta che l’animale parli delle cose che realmente sono importanti per lui, come gli animali fanno nelle fiabe, e come il bambino stesso fa con i suoi animali veri o animali giocattolo”[2].

Il potere magnetico della fiaba cattura l’attenzione del bambino, suscita in lui una curiosità vivace tale da permettergli di attivare quel pensiero creativo e divergente grazie al quale egli riesce a produrre in piena libertà cose nuove e a dare dei problemi risposte originali.
Inoltre, il coinvolgimento emotivo delle storie favorisce la memorizzazione di una corposa terminologia, nonché l’assimilazione di una corretta sintassi.

Rivolgendosi in particolare ai genitori G. Petter ha a questo proposito asserito: “Ascoltandola nostro figlio potrà imparare molte parole nuove e potrà anche apprendere e rinsaldare certe strutture sintattiche, ovvero certi modi tipici di costruire la frase. Queste strutture linguistiche a poco a poco si fissano, diventano qualcosa di automatizzato, assumendo l’aspetto di vere e proprie abitudini verbali”.[3]

Al medesimo compito sembrano invece non assolvere i film e i cartoni animati che ripresentano le storie fiabesche in chiave moderna e spettacolarizzata, dove il linguaggio verbale va ad assumere un ruolo subordinato rispetto a quello delle immagini vivaci, colorate, in movimento, capaci di ipnotizzare lo sguardo dei bambini, rendendoli tuttavia degli spettatori passivi, senza avere la possibilità di rielaborare delle loro personali immagini mentali, in sintonia con la loro sensibilità ed emotività.

Secondo la psicologa Anna Oliverio Ferraris, è importante tener conto della personale esperienza che ogni bambino ha delle frasi lette: “Ciò che sembra un limite a volte si rivela un pregio. Le parole a differenza delle immagini hanno questa caratteristica, di non aderire mai completamente ai personaggi, ai paesaggi e ai sentimenti che descrivono: esse lasciano allo spettatore uno spazio da riempire”.[4]

Sul piano educativo la fiaba costituisce poi un valido strumento di educazione morale.
Ogni storia è strutturata secondo un incipit, una trama in cui il protagonista, generalmente buono, vive avventure e disavventure, si trova a subire ingiustizie, ad affrontare coraggiosamente e saggiamente i pericoli riuscendo alla fine ad uscirne sempre vittorioso o a risolvere con la sua saggezza o la sua astuzia i problemi ardui ed esistenziali che gli si pongono nel cammino.

Ascoltando queste storie, il bambino si catapulta in un mondo fantastico, per lui pieno di fascino e gratificazione dal quale tornerà con un bagaglio di valori morali e comportamentali, dopo averli assimilati attraverso il processo di identificazione con il protagonista o la protagonista fiabesca.

L’ascolto della fiaba garantisce alla mente infantile un migliore apprendimento di norme, valori e regole sociali che non un’istruzione concettuale ed astratta, permettendo l’attivazione di quel processo di apprendimento che lo studioso comportamentista Albert Bandura ha definito di modellamento, ovvero l’apprendimento per identificazione ed imitazione differita di un modello significativo per la personalità infantile.

Per poter essere un modello significativo, il protagonista della fiaba deve saper suscitare nel bambino simpatia ed ammirazione, curiosità e senso di sicurezza, mostrando quindi le caratteristiche della semplicità e della schiettezza, accanto alla bellezza fisica e spirituale.
L’iter vicendevole del protagonista e la conseguente identificazione con lui permettono al bambino di rielaborare psicologicamente emozioni negative e positive alle quali seguirà uno stato d’animo sereno e gratificato.

La fiaba può inoltre essere adoperata come strumento di educazione alle emozioni, di comprensione delle medesime e delle conseguenze negative che alcune di esse potrebbero scatenare: si pensi alla rabbia, all’ira, al rancore, all’invidia, spesso portatrici di guerre, conflitti, litigi, causa di infelicità.

A questo proposito Bettelheim fa l’esempio della novella tratta dalle Mille ed una notte, de Il Pescatore ed il Genio, contenente i seguenti messaggi nascosti: la possibilità di vincere la collera degli adulti attraverso l’uso dell’astuzia ed il crescendo di emozioni quali la collera e la rabbia come conseguenze del senso di abbandono dovuto all’allontanamento dei genitori.

Non essendo espressi esplicitamente e non essendo rivolti direttamente al fanciullo, non possono essere appresi da quest’ultimo a livello di coscienza, bensì sedimentati nella sede ancor caotica e disordinata che è il suo inconscio.
Nel Pescatore ed il Genio, si narra la storia di un povero pescatore che deve sfamare la propria famiglia e cerca di trovare fortuna pescando nel mare.
Un giorno come tanti, si trova a gettare la sua rete per ben quattro volte: la prima volta pesca la carogna di un asino, la seconda una brocca piena di sabbia e fango, la terza cocci e vetri rotti e infine, la quarta, un vaso di rame.
Incuriosito, il pescatore apre il vaso e ne esce un’enorme nube dal quale si materializza un Genio.
Questo genio si mostra da subito ostile nei confronti del pescatore, manifestandogli la volontà di ucciderlo; il pescatore allora, dopo averlo invano supplicato, riesce a salvarsi con una mossa astuta: inizia a sbeffeggiare il Genio, dubitando che questi, data la sua mole, sia effettivamente riuscito ad uscire da quel vaso così piccolo.
Il Genio, non capendo il tranello che il pescatore gli ha appena teso, gli vuole dimostrare la sua effettiva capacità di poter stare nel vaso e rientra dentro; di tutta risposta, il pescatore chiude in fretta il vaso e lo getta nel mare dal quale l’aveva pescato, avendo così salva la vita.

La versione più ricca di questa novella spiega anche il motivo per cui il Genio si dimostra così furioso ed ostile nei confronti del pescatore; trovandosi egli costretto a vivere per ben quattrocento anni nel vaso, prova emozioni diverse a seconda del tempo che passa.
Durante i quattrocento anni di prigionia, il Genio ha buone intenzioni e si dispone riconoscente nei confronti di chi lo libererà, promettendo invano una volta, ricchezza smisurata, un’altra, la scoperta di tutti i tesori della terra, un’altra ancora l’esaudirsi di tre desideri.
Alla fine, il Genio, sentendosi ormai prigioniero senza speranza di essere liberato, va su tutte le furie, promettendo ormai solo una morte atroce per chi un giorno casualmente lo libererà.
Simile progressione di sentimenti va a far parte della vita di ogni bambino nel momento in cui si sente abbandonato dalle persone più care.
A questo proposito Bettelheim riporta l’episodio di un bambino di tre anni i cui genitori erano andati a passare parecchie settimane all’estero.

“Il piccino parlava benissimo prima della partenza dei genitori, e continuò così con la donna che accudiva a lui e con altre persone. Ma al ritorno dei suoi genitori non disse una sola parola né a loro né ad altri per due settimane. Stando a quanto aveva confidato alla sua governante, era chiaro che durante i primissimi giorni dell’assenza dei suoi genitori aveva atteso con grande impazienza il loro ritorno. Alla fine della prima settimana però, cominciò a dire che era in collera con i genitori che l’avevano abbandonato, e che al loro ritorno gli e l’avrebbe fatta pagare. Una settimana dopo si rifiutò perfino di parlare dei suoi genitori e si infuriava violentemente quando qualcuno accennava ad essi. Quando finalmente sua madre e suo padre arrivarono, voltò loro le spalle senza degnarli di una parola. Appare chiaro che la collera del bambino si acuì col passare del tempo fino a diventare così violenta ed impetuosa da fargli temere che se si fosse lasciato andare avrebbe distrutto i suoi genitori o sarebbe stato distrutto per rappresaglia. Il suo rifiuto di parlare era la sua difesa: il suo sistema per proteggere se stesso ed i suoi genitori dalla sua tremenda ira”[5].

Di qui si capisce come le immagini evocate dalla fiaba chiariscano al bambino i propri processi inconsci: non essendo ancora in grado di comprendere razionalmente che la collera possa privarlo della parola o possa indurlo a distruggere le persone a lui più care ed essendo tutto ciò spaventosamente inaccettabile ai suoi occhi, egli può imparare, attraverso il dispiegarsi delle vicende emotive dei personaggi, a relazionarsi col proprio Es, senza cadere in ansia e senza giungere a livello di coscienza ad una consapevolezza ancora immatura che l’individuo è spesso travolto dalle proprie emozioni ed impossibilitato a controllarle.

Le immagini fiabesche parlano direttamente all’inconscio del bambino, portandolo a familiarizzare con gli stati d’animo dei protagonisti; in questo caso, come ricordato ancora dal medesimo, “con il modo in cui il Genio reagisce alla frustrazione ed alla prigionia: un passo importante verso una presa di coscienza di reazioni analoghe che si manifestano nel suo stesso intimo”[6].
All’età di 3/5 anni, il fanciullo ha ancora un Io poco strutturato, mentre l’Es vaga liberamente, facendo emergere fantasie caotiche, ansie e paure vaghe, insicurezze e bisogno di protezione; per far sì che dov’è Es diventi Io, egli deve imparare le giuste modalità di adattamento all’ambiente circostante, nella consapevolezza della problematicità dell’essenza umana e delle difficoltà molteplici ed inevitabili della vita quotidiana.

Ascoltare storie fantastiche e fuori dalla propria dimensione spaziale e temporale, ma che presentano le medesime dinamiche relazionali e i medesimi quesiti esistenziali, costituisce un mezzo indispensabile a questa età per far ordine nella propria casa interiore e dirigere ordinatamente la propria esistenza, inoltre sarà compito del genitore consapevole comprendere e far comprendere ai propri figli che si è felici sempre indipendentemente da ciò che succede intorno, la felicità è il punto ZERO che non può esser mutato da agenti esterni, ma questo sarà argomento di un’altro articolo.

 

BIBLIOGRAFIA

[1] G. Petter, Il mestiere di genitore, Biblioteca Universale Rizzoli, Milano, 1994.
[2] B. Bettelheim, Il mondo incantato, Feltrinelli, Milano, 2008, p. 48.
[3] G. Petter, Il mestiere di genitore, p. 50.
[4] A. Oliverio Ferraris, Prova con una storia, Fabbri, Milano, 2005, p. 100.
[5] B. Bettelheim, op. Cit., p. 33

 

Lascia un commento